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Parliamo di: Family Like in progress
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I nostri adolescenti e i sentimenti nell'era digitale

Nell’era dell’iperconnessione ci domandiamo se sia ancora possibile vivere dei sentimenti autentici, quelli nati dalla condivisione di momenti importanti della propria vita con altre persone, senza schermi o maschere virtuali, essendo quello che si è, realmente. La facilità con cui possiamo accedere alla rete ci dà la possibilità di comunicare potenzialmente con tante persone che fanno parte o meno della nostra vita reale. Quando sono i nostri figli ad avere questa strada spianata ci domandiamo dove sia il confine tra reale e virtuale e se essi posseggano gli strumenti adeguati per non cadere nella solitudine e nella dipendenza dal web.

Siamo a tavola e il cellulare di nostra figlia continua ossessivamente a suonare: messaggi, notifiche su notifiche, lei si fa una risata e poi, dopo aver riposto l’oggetto del desiderio accanto al piatto, torna a mangiare; ci accorgiamo che sia distratta, lontana, altrove col pensiero. Vorremmo farle mille domande, sapere cosa la fa tanto sorridere e nutriamo una piccola angoscia nel credere che si possa isolare ed estraniare dalla vita reale per seguire qualcuno che, dall’altra parte del suo cellulare, non conosciamo. L’accesso ai social network ci offre l’occasione di incontrare nuove persone con i nostri stessi interessi, partecipare a gruppi, far parte di comunità e restare aggiornati sulle attività che svolgiamo anche nella vita quotidiana. Potenzialmente il web potrebbe aumentare il nostro bagaglio culturale ed essere una straordinaria fonte di ispirazione. Per i nostri figli adolescenti, però, sappiamo che non è così. Trascorrono gran parte del loro tempo a chattare, scattano selfie in cui incredibilmente dimostrano più anni di quelli che hanno e si compiacciono dei like che ricevono, anche quando la maggior parte del loro pubblico non l’ha mai conosciuto realmente e non ci ha mai mangiato una pizza insieme. L’età adolescenziale è quella più critica, racchiude tutto quel periodo in cui fatichiamo a crearci un’identità e in cui le emozioni e le relazioni sono al centro dei nostri pensieri e interessi. Tanti dei nostri figli, forse la maggior parte, intessono delle relazioni grazie ai social network, ma sanno distaccarsene al momento opportuno, incontrando i propri amici anche al parco giochi, al bar dell’oratorio, in centro città. Molti di loro praticano sport e svolgono attività che li mettono in stretta relazione con i coetanei e non. Altri, invece, si nascondono dietro identità fasulle, totalmente inventate per celare insicurezze, paure, stati di non accettazione di sé che li fagocitano per ore e ore in rete. Una volta sconnessi, li vediamo assenti, sfuggenti, incapaci anche ad affrontare le persone e la vita con senso critico. E’ il risultato del progresso, che da un lato ci permette di allargare le nostre conoscenze, di decidere dove, come, quando e se incontrare una persona; dall’altro ci svuota, ci rende individualisti e, forse, un pò più soli. Ci piacerebbe che gli adolescenti che “viviamo” sulla nostra pelle abbiano la possibilità di vivere momenti aggregativi che segnino la loro esistenza, in cui possano incontrare altri coetanei e si confrontino, si conoscano, intessendo amicizie e rapporti veri che li coinvolgano fino a metterli in gioco sul serio. Troppo a lungo ci soffermiamo a scambiare messaggi virtuali per capire cosa pensa quella ragazza che tanto ci interessa, ma altrettanto facilmente tronchiamo la conversazione e la “frequentazione” quando qualcosa in lei proprio non va. Forse è vero, siamo passati dall’impatto dell’attrazione fisica a quello delle parole e dei ragionamenti, ma questo resta verosimile solo se dalle ore passate a scambiarci messaggi e foto, siamo in grado e abbiamo il desiderio di incontrarci ancora personalmente, guardarci negli occhi e abbattere il muro delle nostre solitudini.

08 gennaio 2018 - Barbara Mastria
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