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Famiglia e lavoro: le scelte dei genitori di oggi.

I dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro riguardanti il 2016 parlano chiaro: 24.618 donne hanno abbandonato il lavoro per impossibilità a condurre una vita serena tra lavoro e gestione familiare. Dai costi per gli asili nido, agli stipendi bassi, dagli impegni lavorativi di molti nonni, alla loro assenza totale, molte mamme, entro i primi tre anni di vita dei loro figli, decidono di occuparsi della loro crescita e di licenziarsi.

Svolgiamo le mansioni più disparate, ci allontaniamo da casa molte ore al giorno e quando rientriamo non sempre siamo lo specchio della lucidità e simpatia. Responsabilità, nervosismi e impegni vari acuiscono quando, oltre al lavoro, la donna deve pensare al proprio figlio e a come gestire al meglio tutto ciò che ruota intorno alla vita familiare. Che siano operaie, impiegate o dirigenti, le mamme ai primi anni di vita dei loro bambini si trovano accomunate da alcuni problemi di sopravvivenza che, come ci dicono i dati, vengono raggirati abbandonando il lavoro. Le cause sono diverse: mancano i posti negli asili nido, percepiamo uno stipendio basso rispetto al costo dei servizi di assistenza e non riusciamo a far quadrare i conti a fine mese; si sommano, l’assenza o l’impossibilità dei nonni o parenti attigui nel cooperare alla cura dei bambini. Tra coloro che percepiscono un salario basso si alimenta anche l’idea che la crescita del proprio figlio non debba essere delegata a nessuno optando, dunque, per il licenziamento. Alcune di noi contano su un secondo stipendio, preferendo la vita domestica che l’allontanamento da casa per più di sette ore al giorno; altre possono percepire un’indennità di disoccupazione. In entrambi i casi, gli svantaggi superano i vantaggi e minano l’indipendenza di una donna. Così come per l’uomo, la donna nel lavoro esprime e realizza se stessa, contribuendo in ogni modo al bene comune e al miglioramento della società. L’importanza di vivere all’interno di un mondo lavorativo che stimoli e accresca il contributo che una donna-madre può offrire al suo piccolo pezzo di comunità è molto importante per chi lo riceve e per chi lo da. La sua vita non finisce nel momento in cui ha un figlio: allontanarsi anche per pochi anni dal mondo lavorativo significa, nel nostro Paese, essere demansionati o additati per aver scelto di dedicarsi alla famiglia: non ne sono esenti nemmeno gli uomini che fruiscono dell’indennità di paternità e che vengono poi discriminati nel luogo che hanno contribuito a professionalizzare. La situazione ideale vedrebbe i genitori, e in modo speciale le mamme, serene nell’affrontare la gravidanza e i primi anni dei propri figli sostenuti e accompagnati da una società che non li abbandona, ma che permette loro di coordinare la vita familiare a tutti gli altri impegni. Siamo troppo impegnati? No, siamo solo circondati da false credenze che valutano evidentemente la famiglia come alternativa ad altre scelte e non inserita nel normale ciclo di vita di un individuo. Mettere al mondo un bambino non dovrebbe essere una scelta di sacrificio per la vita dei suoi genitori, ma una bella opportunità di crescita per tutti coloro che gli ruotano attorno. Una buona soluzione chiama in causa le aziende che potrebbero provvedere a offrire alle mamme lavoratrici servizi di sostegno e assistenza ai figli e una revisione degli stipendi adeguati ai costi, per esempio, degli asili nido. Come cerchiamo di promuovere con il nostro progetto, la comunità dovrebbe essere cosciente che il ruolo della genitorialità è importantissimo e che allo stesso tempo tutti dobbiamo essere responsabili dei nostri figli: realizzare o migliorare gli spazi dedicati a loro, offrire luoghi in cui mamme e papà possano confrontarsi e sostenersi a vicenda e in cui la condivisione possa essere spunto e arricchimento per affrontare un periodo molto importante della propria vita.

15 gennaio 2018 - Barbara Mastria
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